Reportage dall'Iraq |
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di Giampaolo Milzi (urloline@libero.it) |
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| BAGDAD (Iraq)
-Porte spalancate qui a Bagdad per la Brigata
internazionale di solidarietà con il popolo iracheno. E giovedì 2 gennaio, ultimo dei
nostri cinque giorni in Iraq, è tutto dedicato alla diplomazia dal basso. Sono le 9.45
quando l'oliatissimo e privilegiato corridoio approntato per noi dal governo di Saddam ci
porta prima dritti al palazzo del ministero degli Esteri, poi in un albergo trasformato
per l'occasione in luogo di rappresentanza del vicepresidente Tarek Aziz e quindi alla
sede del dicastero della Gioventù e dello sport. Pochissimi militari, ma tanti agenti in
borgese della polizia e dei servizi segreti, in questi centri nevralgici di potere
dell'unico partito, il socialista Baath, che costituiscono l'incubo di Bush e dei suoi
generali. Centri pronti a trasformarsi, in caso di un attacco che qui danno per scontato,
nel cuore di una resistenza popolare che sarà, ci promettono, casa per casa. Poi scocca
l'ora del presidio di protesta che per un paio d'ore riesce quasi a bloccare l'ingresso di
uno dei quarieri generali degli ispettori ONU. Dove agli striscioni dei compagni di
viaggio Antonio Stacchiotti e Antonio Colazzo del Lupo e del Campo antimperalista (oltre
40 persone, metà italiani, il resto austriaci, tedeschi, due giapponesi, una palestinese
e un turco) si congiungono quelli della delegazione della sinistra spagnola più
agguerrita contro la "politica imperialistica Usa".
Canti militanti, raffiche di slogan contro il "criminale Bush", l'invito agli ispettori "di non prestarsi alla legittimazione della guerra", che questi attivisti considerano "strumento per il controllo del petrolio", altro che mirata a far piazza pulita del terrorismo e delle presunte armi di distruzioni di massa di Saddam. "Siamo solidali col popolo iracheno e a fianco del paese e del suo esercito, al quale riconosciamo la piena legittimazione alla difesa, e che consideriamo una forza simbolo di tutti quelli che nei paesi arabi come nel resto del mondo resistono all'imperialismo Usa", spiega il portavoce del Campo. Il pacifismo e la "pax americana" sono lontani. Parole di lotta. Che poco prima hanno suonato intonatissime alle orecchie del numero uno degli esteri Naji Sabri. Dopo aver processato "i dieci anni scanditi da 427 ispezioni con esito negativo" e condannato "la propaganda americana e le bugie e falsità dell'Occidente" ci spiega che "non ha senso continuare a parlare di armi chimiche e nucleari, che l'Iraq ha buoni rapporti con tutti nel Golfo, escluso il Kuwait" e che gli "Usa hanno già deciso, perché il loro unico scopo è prendere il nostro petrolio, decidere a che prezzo e a chi venderlo". E punta il dito contro "l'asse del male Bush-Sharon-Blair che vuole farci tornare all'800". Forse davvero la diplomazia militaresca di Bush e Blair in questi giorni non sa che pesci prendere. Se da un lato spera che le bugie sono quelle appena raccontateci da Naji Sabri ("La gente è con il governo iracheno, 26 milioni di uomini e donne pronti a combattere") dall'altro sanno che il Congresso nazionale iracheno (l' organismo dell'opposizione a Saddam all'estero che hanno messo su in fretta e furia a Londra) da queste parti non ha radici. Mentre qualcosa contra la più navigata ma antiamericana Alleanza nazionale araba (una decina tra gruppi e partiti di fuorisuciti politici). Tanto più che, come ci ha confermato il ministro degli Esteri di Saddam, "il governo iracheno ha avuto contatti con questa opposizione, visto che si dice pronta a difendere l'integrità dell'Iraq, e si appresta ad emendare la Costituzione per consentirle una certa libertà d'opinione". Poco dopo, Tarek Aziz, ci incontra, loda "il milione di italiani scesi in piazza a Firenze contro la guerra" e rilancia affidandoci un messaggio per gli Usa: "Dalla guerra non ci guadagnerà il popolo americano, l'interesse è solo dei ricchi capitalisti, delle industrie belliche e delle compagnie pertrolifere. Che il governo americano investa in Sanità e Istruzione, anzichè in armi". Già, Sanità e Istruzione. In Usa costano parecchio. Qui sono gratuite, anche se la gente muore perché l'embargo ha tagliato anche le medicine essenziali, le matite (perchè contengono graffite!) e stroncato ricerca e formazione specializzate. Nulla ha potuto, ci giurerà poco dopo il ministro della Gioventù e dello sport (che controlla 200 centri giovanili e 300 associazioni sportive, culturali e scientifice) "contro lo spirito dei nostri ragazzi. Tra i quali non si nasconde certo Bin Laden, che lungi dall'essere terroristi sono molti diversi da quelli afgani. Certo, l'embargo sta rubando loro il futuro, hanno poche prospettive di lavoro. Ma c'è la parità piena tra maschi e femmine, anche se le seconde partecipano meno alle attività. E possono viaggiare in Medio Oriente con agevolazioni ed esentasse". Il servizio militare qui comincia a 15 anni (nella milizia) e a 18 (nelle forze armate). E se scoppia la guerra? "Il Capodanno l'ho festeggiato con loro. Mobiliteremo tutti, li addestriamo da anni e stiamo già distribuendo le armi. Mi dicono che sono pronti. La notte del 31 dicembre li ho visti ballare, come fate voi. I nostri giovani sanno ballare quando c'è da ballare, ma combattere quando occorre". Proprio sicuro? "Sì. Del resto sanno che per loro è molto meglio Saddam che un governo americano...", risponde sorridendo sotto i baffetti. Accantonando del tutto, per un attimo, la retorica propagandistica. (pubblicato su Messaggero - edizione Ancona del 12/1/2003) |
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