Reportage dall'Iraq

Ciao e saluti "resistenti" a tutti. Mi chiamo Giampaolo Milzi, sono un giornalista free-lance (direttore del mensile Urlo di Ancona e collaboratore fisso del Messaggero Ancona) e le ultime vacanze le ho passate in Iraq per poter raccontare come la gente comune di questo sfortunato paese (calorosa e dignitosissima) combatte con fierezza la sua battaglia, attraverso l'arte dell'arrarangiarsi, per sopravvivere nonostante sia minacciata dall'ennesima, incombente guerra. E' stata un'esperienza meravigliosa che mi ha arricchito molto dal punto di vista umano e professionale, capace di spazzare via molti luoghi comuni (del tipo gli arabi puzzano e sono tutti terroristi guerrafondai). Questa foto mi ritrae di fronte all'ingresso del mercato di Al Naijf, cittadina a sud dell'Iraq, non lontano da Bassora, in uno dei territori continuamente bombardati da americani e inglesi (hanno sganciato anche quando ero lì, i primi di gennaio), località famosa per essere il più grande centro islamico sciita dell'area del Golfo. Se volete saperne di più potete leggere i miei reportage linkando su www.immaginifuorifuoco.it o contattarmi al 333/8028294)

Giampaolo Milzi (urloline@libero.it)

BAGDAD (Iraq) - E' davvero difficile immaginare Faim e la sua numerosissima famiglia catapultati nella notte di Capodanno. Già, perché nella sua casupola di fango e argilla ad Abu Al Kasseem (interland di Bassora) è quasi sempre notte, anche di giorno, 365 giorni all'anno. Niente finestre, solo qualche fenditura che permette al sole di illuminare due grandi tappeti stesi in terra. Sono gli unici oggetti di arredamento nei 20 metri quadri in cui ci ha accolto la mattina del 31 dicembre.

Lì, uno accanto all'altro, dormono con lui la moglie e gli 11 figli, maschi e femmine. Forse, Faim e i suoi, la mezzanotte l'avranno passata guardando la tv, che qui in Iraq hanno proprio tutti: dallo sceicco che fa il pendolare dal Kuwait, agli umili compagni di lavoro di Faim, manutentori delle strade polverose. Faim è uno degli ultimi, se contiamo gli svalutatissimi dinari che ha in tasca (la cartamoneta locale vale appena una vecchia lira, gli spiccioli sono spariti dalla circolazione), ma tra i primi per orgoglio, dignità e ospitalità. Il sorriso delle sue bimbe velate, al loro esordiente e imprevisto impatto con l'esoticissimo giornalista occidentale, lotta contro la timidezza e l'imbarazzo. Hanno quasi paura di stringermi la mano. Poi seguono a catena l'esempio della più grandicella, che accetta lusingata il fugace contatto ravvicinato: un bacio "in punta di dita" e i miei auguri di buon anno. Fuori, di fronte a uno scalcinatissimo impianto per la potabilizzazione dell'acqua, mi vengono incontro festosi  cinque ragazzini. Giurano che quell'arrugginito ammasso di ferraglia funziona. Non adesso, visto che è appena scattata la fascia di otto ore quotidiane in cui, a causa dell'embargo, manca la corrente elettrica. E tuttavia le lampadine spente non avranno guastato la pacata ma felice tradizione di questo caratteristico villaggio arabo. L' ultima notte del 2002? "La trascorreremo coi genitori e gli anziani, girando per le case", mi avevano risposto.

I capifamiglia di Abu Al Kasseem, coi parenti al seguito, prima dello scoccare della mezzanotte bussano ognuno alla porta di legno del vicino e si scambiano gli auguri. La comunità, per questo evento, si riunisce e accellera eccezionalmente i suoi ritmi. Poi il tempo tornerà a scorrere lento, come all'epoca di Maometto.

Più a nord, a Bagdad, c'è chi non ha resistito alla tentazione di acquistare qualche petardo nei dedali del Suq. Qui, in questa città mercato nella metropoli, abbondano blocchetti di sapone, frutta secca, kebab, spezie, giocattolini e profumi locali. Piccola grande rivincita per questa gente straziata da dieci anni di sanzioni, ma che all'imminente guerra, con fatalismo tutto musulmano, pensa poco. Forse perché deve fare i conti ogni giorno con la mancanza di proteine e soprattutto di medicine. Kareem Sadkan Alzeeday, responsabile governativo del comparto informazione e media a Bassora, il 31 dicembre l'ha passato quasi sempre nel locale ospedale pediatrico, dove ha molti amici. In questa struttura sanitaria, simile a quella del rione Saddam city di Bagdad, la dott.ssa Janan Chlib Hassan mi dice che dal 1991 i casi di malformazioni congenite tra i neonati si sono moltiplicati per venti. L'assistenza c'è, gratis e per tutti. Ma i farmaci specifici per tumori, leucemie e malattie da denutrizione mancano. Solo i ricchi che li acquistano all'estero e li portano con sè in ospedale hanno una reale speranza di sottrarre i loro piccoli a quella che qui definiscono la "nuova generazione perduta".

Dall'ospedale di Saddam city allo "stellare" hotel Al Rasheed ci sono appena 15 minuti di auto. Bastano per volare e atterrare in un altro risplendente pianeta per privilegiati: giornalisti (io sono l'unico italiano), funzionari governativi, i compagni della delegazione europea del Campo antimperialista (tra loro gli osimani Antonio Stacchiotti e Antonio Colazzo, ai quali mi sono aggregato) e i facoltosi ospiti di un matrimonio.

Nella hall ci sono un enorme pupazzo di Babbo Natale e un altissimo abete decorato. La politica e la guerra sono lontani anni luce. Nessuno puo' o vuole parlarne. "Non sono il mio business, ne parleremo se verrò in Italia", mi dice una giovane e gentilissima negoziante del mini shopping center interno, dopo aver tentato di cambiarmi i dollari in nero (5000 dinari per un biglietto verde, invece dei 2000 del cambio ufficiale a pochi metri). Il suo sogno di Capodanno? Conoscere Vieri e Maldini, altro che festeggiamenti alcolici. Io invece, a mezzanotte, ho brindato con vino e birra con gli attivisti della delegazione di solidarietà, il personale e i numerosissimi giornalisti americani. Che hanno riso sempre, anche quando gli ho detto che calpesterò inevitabilmente il faccione di Bush della prima "Desert storm", strategicamente ritratto sul pavimento del portone d'ingresso dell'hotel proprio perchè non possa sottrarsi al destino auspicato da Saddam.

(pubblicato su Messaggero - edizione Ancona del 2/1/2003)

 

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